Riciclo piatti e bicchieri monouso: si comincia!

A seguito delle recenti novità, ho deciso di ripubblicare questo post, aggiornando e integrando sia il titolo, sia i contenuti. Spero di fare cosa gradita per chi ha già letto la prima versione!

Le stoviglie monouso consumate ogni anno in Italia ammontano a circa 140.000 le tonnellate.
Ma la loro raccolta differenziata e conseguente avvio al riciclo, fino a poco tempo fa, non venivano attuate. O meglio: non erano state considerate possibili (leggi economicamente convenienti).

Le cose, però, sono cambiate, almeno per quanto riguarda piatti e bicchieri monouso!

Lo scorso 26 Aprile, infatti, COREPLA (1), ANCI – Associazione dei Comuni Italianie e CONAI (2) hanno trovato un accordo: dal primo maggio 2012 “[...] potranno essere inseriti nel normale circuito della raccolta differenziata degli imballaggi in plastica anche i piatti e bicchieri monouso, mentre restano esclusi quelli durevoli anche se in plastica“.

Si tratta di un’eccezione in quanto, come anticipato in questo post, secondo la definizione ufficiale (Direttiva 94/62/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 20 dicembre 1994) si considerano imballaggi “(…) tutti i prodotti composti di materiali di qualsiasi natura, adibiti a contenere e a proteggere determinate merci, dalle materie prime ai prodotti finiti, a consentire la loro manipolazione e la loro consegna dal produttore al consumatore o all’utilizzatore, e ad assicurare la loro presentazione. Anche tutti gli articoli «a perdere» usati allo stesso scopo devono essere considerati imballaggi. (…)“.

E la Direttiva 2004/12/CE del Parlamento e del Consiglio Europeo dell’11 febbraio 2004 precisa che tra gli Articoli da imballaggio progettati e destinati ad essere riempiti nel punto vendita:

  • rientrano piatti e tazze usa e getta,

mentre sono esclusi

  • cucchiaini di plastica e
  • posate usa e getta.

Nel testo dell’accordo nazionale raggiunto tra Corepla, Anci e Conai viene precisato che è “[...] sempre importante porre attenzione a come si conferisce: piatti e bicchieri monouso devono essere privi di qualsiasi residuo solido o liquido. Vanno quindi adeguatamente svuotati prima del conferimento, fatte salve le normali tracce di quanto hanno contenuto, ciò al fine di non sporcare tutto il materiale raccolto e di non rendere più gravoso ed antigienico il successivo lavoro di selezione e di avvio a riciclo o recupero“. La presenza nella raccolta differenziata di avanzi organici, infatti, costituirebbe un serio problema non solo per il successivo avvio a riciclo e recupero, ma anche per l’effettuazione delle operazioni preliminari di selezione.

Le direttive dell’accordo, inoltre , al fine di essere applicate nel modo migliore, necessitano di alcune doverose precisazioni:

  • le posate (incluse le palettine per girare caffè o cocktail, per intenderci) sono esclusi dalla novità, perciò restano rifiuto indifferenziato;
  • piatti e bicchieri in plastica possono essere inseriti nei contenitori della raccolta differenziata, nel senso che non è stabilito un obbligo vincolante per gli utilizzatori;
  • non tutte le città, ad oggi, sono allineate a questa politica, sebbene, come dichiarato dal delegato Anci all’Energia e ai Rifiuti, Filippo Bernocchi “[...] da questa estensione, potrà derivare non solo un beneficio ambientale ma anche l’opportunità per i Comuni di veder potenzialmente aumentare in misura considerevole i corrispettivi ricevuti a fronte del materiale correttamente conferito“.

Bisognerà, dunque, fare attenzione alle campagne di comunicazione che i singoli Comuni realizzeranno per informare i cittadini sulle procedure adottate! ;-)

Ma vediamo quali sono le attività svolte da COREPLA, oltre alla raccolta:

  • la selezione dei diversi materiali plastici (per polimero o per famiglia di polimeri omogenea per caratteristiche);
  • il recupero energetico energetico degli imballaggi in plastica attraverso la termovalorizzazione dei rifiuti urbani, l’impiego di CDR – Combustibile Derivato da Rifiuti, la termovalorizzazione degli scarti dei processi di selezione;
  • il riciclo derivante dagli imballaggi della raccolta differenziata urbana, che comprende i polimeri principalmente utilizzati attualmente, come PET, HDPE, LDPE, PP.

Oltre alla plastica, forse non tutti sanno che la scelta di prodotti in commercio spazia tra quelli realizzati in materiale biodegradabile, in acido polilattico o PLA (un polimero derivante dall’amido di mais che, adeguatamente trattato, diventa biodegradabile) semplice o accoppiato a cartoncino, oppure in foglie di palma.

Mi ha incuriosito quest’ultima tipologia, ho approfondito e mi sono “imbattuta” in Hampi, azienda nata dall’idea quasi casuale, ma geniale, di Frederic Sanders: utilizzare le foglie delle palme Areca, raccolte secche e lavorate senza usare agenti chimici, per creare un’itera gamma di stoviglie monouso.

La tecnica è stata sviluppata nel Tami Nadu, sud dell’India, dove riciclare è una pratica all’ordine del giorno. Oggi questi (bellissimi) prodotti sono venduti in Olanda (patria di Sanders), Francia, Belgio …e anche in Italia!

Quindi, se bisogna optare per le stoviglie monouso, soprattutto ora che è tornata la bella stagione e le occasioni per qualche gita fuori porta, perché non approfittarne?!?  :-)

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(1) Il Consorzio Nazionale per la Raccola, il Riciclaggio e il Recupero di imballaggi in Plastica (COREPLA) è il consorzio di imprese nato per organizzare e gestire il presente ed il futuro degli imballaggi in plastica post-consumo (fonte: corepla.it).

(2) Il Consorzio Nazionale Imballaggi (CONAI) è un Consorzio privato, senza fini di lucro, istituito dal DLgs 22/97, ora DLgs 152/2006, in recepimento della normativa europea in materia. È tra i più grandi consorzi d’Europa ed è costituito da tutti i produttori e utilizzatori di imballaggi al fine di attuare un sistema integrato di gestione basato sul recupero e sul riciclo dei rifiuti di imballaggio. Il Sistema CONAI si integra con l’attività di sei Consorzi di Filiera, cui aderiscono i produttori e gli importatori di imballaggi e/o materie prime impiegate per la produzione di imballaggi: acciaio, alluminio, carta, legno, plastica e vetro (fonte: conai.org).

Confezioni pasquali …senza sorprese!

Pasqua si avvicina e, per tradizione, è tempo di uova di cioccolato …ma anche altri dolciumi come colombe, ovetti, campanelle, agnellini, pastiere, torte/pizze pasquali e mille altre ricette tipiche di ogni regione italiana.

Secondo le stime di Confartigianato (2008), dopo il weekend saranno oltre 250.000 i kg di involucri lucenti e scintillanti che ricoprivano le classiche uovo di cioccolato a dover essere smaltiti. Oltre, naturalmente, agli imballi di ogni altro dolce paquale presente sulle nostre tavole!

La chiamiamo “carta”, ma anche solo a guardarla sembra difficile credere che si tratti di un materiale cellulosico.
Dal colore, potrebbe far pensare all’alluminio, anche se la consistenza è ben diversa.
Certamente non si tratta di un imballo tessile, naturale o artificiale che sia.
Non è immediato, infine, pensare alla plastica, considerando soprattutto la sua malleabilità.

Si tratta di un poliaccoppiato, cioè un materiale “tecnologico” ottenuto dall’unione di un foglio di alluminio con una pellicola di polipropilene. E non è riciclabile, in quanto difficilmente si potrebbe riuscire a separare e recuperare i due elementi quindi… finirà nella raccolta indifferenziata e, dunque, all’incenerimento.
Stesso discorso vale per gli incarti di ovetti e altri piccoli dolci.
Come abbiamo visto questo post, un altro esempio di multimateriale usato per alimenti è il TetraPak, ma è riciclabile con la carta.

Se, allora, volete fare una scelta “eco” anche a Pasqua, ecco qualche suggerimento:

  • attraverso il circuito del commercio equo e solidale, Altroconsumo distribuisce uova e colombe pasquali biologiche con il nome “nUovo mondo”: pasta di cacao proveniente dalla Repubblica Domenicana, zucchero di canna dal Paraguay, burro di cacao certificato biologico al 100%; incarti, etichette sorprese (in legno, cotone o cartapesta), sostegni delle uova e imballi esterni ecologici e riciclabili. E i prezzi sono perfettamente allineati a quelli degli analoghi più famosi;
  • la Giampaoli (industria dolciaria marchigiana, sul mercato da oltre un secolo) produce un uovo biologico al cioccolato biologico fondente con sorpresa ed incarto ecologici;

  • se, invece, sarete nelle zone di Regno Unito e Irlanda, vi potrebbe capitare di trovare i prodotti della linea AERO della Nestlé, il “cioccolato con le bolle” (da noi sono reperibili solo le barrette da 35 gr e solo attraverso il canale del vending, cioè nelle “macchinette” che distribuiscono alimenti, presenti in stazioni, aziende, luoghi di intrattenimento, ecc.) oppure le barrette Kit Kat Chunky: in occasione di Pasqua 2012, sono stati confezionati con cartoncino 100% riciclabile certificato dal Forest Stewardship Council, che riduce di quasi 1/3 il peso dell’imballo precedentemente utilizzato, su cui è stata inserita un’appostita etichetta informativa.

Infine, per “sciogliere” ogni curiosità, qui troverete una breve Storia dell’uovo di Pasqua: dove nasce la tradizione.

Auguri a tutti! :-)

Viaggio nell’eco imballaggio

La Direttiva 94/62/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 20 dicembre 1994) definisce imballaggi “(…) tutti i prodotti composti di materiali di qualsiasi natura, adibiti a contenere e a proteggere determinate merci, dalle materie prime ai prodotti finiti, a consentire la loro manipolazione e la loro consegna dal produttore al consumatore o all’utilizzatore, e ad assicurare la loro presentazione (…)“.

Scendendo ancora più nel dettaglio, la stessa Direttiva distingue:

  • imballaggio per la vendita (o imballaggio primario): in un punto vendita costituisce la cosiddetta “unità di vendita” per l’acquirente;
  • imballaggio multiplo (o imballaggio secondario): in un punto vendita costituisce il raggruppamento di un certo quantitativo di unità di vendita, indipendentemente dal fatto che queste siano vendute singolarmente oppure che serva esclusivamente per agevolare il rifornimento. Può essere rimosso dal prodotto finale, senza che questo subisca alternazioni;
  • imballaggio per il trasporto (o imballaggio terziario): in un punto vendita consente il trasporto di un certo quantitativo di unità di vendita e/o di imballaggi multipli.

Dunque, l’involucro delle merci, oltre ad evitare alterazioni del prodotto (soprattutto in caso di prodotti alimentari), consente soprattuto di mantenere l’equilibrio tra qualità e prezzo.

Con il passare degli anni, inoltre, il packaging è diventato anche un potente strumento di marketing: basti pensare alle forme, nonché ai colori e ai materiali con cui sono realizzati i sacchetti (stampati) con cui portiamo via i prodotti dai negozi, oppure i contenitori di bevande da asporto (dalle bibite gassate agli integratori di fermenti lattici da conservare in frigorifero, tanto per fare alcuni esempi), le scatole delle scarpe (soprattutto quelle sportive) o anche, semplicemente, le scatole di fazzoletti di carta (da tavolo). Sono tutte espressioni di “packaging design”.

In altre parole: deve valorizzare il prodotto e la sua qualità, rendendolo attraente agli occhi del consumatore, distinguerlo rispetto all’offerta di merci analoghe della concorrenza; in caso di alimentari, poi, deve fornire informazioni certe (almeno) sulle caratteristiche nutrizionali, in modo che l’acquirente possa compiere scelte mirate e più salutari nell’acquisto dei cibi (per approfondimenti puoi leggere questo post).

Dal punto di vista ecologico, poi, è importante che per gli imballaggi vengano usati materiali facilmente riciclabili e nella minor quantità possibile, considerando i quantitativi in continua crescita che ogni anno vengono prodotti… e che poi diventano rifiuti!
Fortunatamente le “buone pratiche” stanno diventando sempre più diffuse.
Vediamone alcuni esempi:

  • Newton Running, azienda americana produttrice di scarpe sportive, avvalendosi della collaborazione della TDA_Boulder ha realizzato Newton packaging, la scatola per le proprie scarpe con il 100% di materiale riciclato: la forma caratteristica minimizza gli spazi, migliora la protezione del prodotto e permette di eliminare ogni materiale di riempimento;
  • packaging leggero ed ecologico anche per Puma: la scatola delle scarpe, dotata di pratici manici, può essere trasportata senza necessità di buste o ulteriori imballaggi. E prevedono di risparmiare tonnellate di carta, milioni di megajoule di elettricità, milioni di litri di olio combustibile e milioni di litri d’acqua; ogni anno!
  • Tetra Pak, dopo aver raggiunto l’importante traguardo della riciclabilità dei propri contenitori nella carta, ha creato Tetra Recart: poliaccoppiato in carta, alluminio e polietilene “(…) progettato specificatamente per prodotti che solitamente verrebbero confezionati in lattine e barattoli di vetro. È il primo sistema di trattamento e confezionamento al mondo in cartone sterilizzabile in autoclave progettato per alimenti da scaffale a lunga conservazione con particelle di qualsiasi dimensione.Con il contenitore Tetra Recart possono essere confezionati alimenti come fagioli, ortaggi, pomodori, zuppe e salse, per una durata di conservazione a scaffale fino a 24 mesi (…)” (fonte: Tetra Pak Italia);
  • questo prodotto in Italia non è ancora disponibile, ma è l’idea innovativa del prodotto che permettere una drastica e immediata riduzione del packaging: si chiama Dizolve ed è un detersivo da bucato …in fogli! Se ne usa uno in ogni lavaggio, o metà se il carico è ridotto.
  • restando nell’ambito dei prodotti detergenti, impossibile non parlare delle “ecodosi” in bustine idrosolubili: monodose di detergente a cui è stata (semplicemente) tolta l’acqua. Ne esistono praticamente per ogni uso: lavastoviglie, lavapiatti, per vetri, parquet, pavimenti, ecc.
  • altro esempio nel medesimo settore, infine, sono i detersivi alla spina: imballaggio azzerato!
  • Facile da smaltire, versatile, in grado di impreziosire il prodotto: sono queste le caratteristiche del cartone che Nidopak ha voluto sfruttare per creare bellissime confezioni per vini, profumi e altro ancora.
  • “Meno plastica e maggiore rispetto per l’ambiente”: è questo lo slogan adottato dal supermercato Unes per pubblicizzare la propria acqua oligominerale caratterizzata dal un imballaggio “minimal”. Sei bottiglie facilmente trasportabili grazie a due legature, una delle quali funge da maniglia; in più, grazie all’apertura facilitata, è possibile aprire il pack senza utilizzare le forbici e mantenere assemblate le bottiglie restanti dopo aver sottratto la prima dal gruppo.
  • C’è anche ci pensa,  per un futuro non tanto lontano, all’imballaggio commestibile: una sorta di involucro morbido per la conservazione di prodotti come lo yogurt, ad esempio.

In alcuni casi, soprattutto quando si parla di “packaging design”, potrebbe senz’altro essere considerato un investimento non indispensabile quello destinato a ricerca & sviluppo di imballaggi eco-friendly; tuttavia permetterebbe di:

  • risparmiare sui costi del packaging stesso, utilizzando materiale riciclato, dimensioni ridotte, risparmio carta/plastica, ecc.
  • aumentare l’immagine “ecologica” della propria azienda, con i conseguenti benefici tra i consumatori;
  • diversificarsi rispetto alla concorrenza: non dimentichiamo che anche il packaging è uno strumento di comunicazione, che può rappresentare un valore aggiunto da non sottovalutare!

Le nuove etichette alimentari

Dopo aver viaggiato tra i marchi ecologici (parte 1, parte 2 e parte 3), mi piacerebbe soffermarmi sulle etichette dei prodotti alimentari, le cui disposizioni applicabili sono state recentemente modificate, in meglio!

Il Regolamento (UE) n. 1169/2011 relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori, infatti, è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea lo scorso novembre e stabilisce precise disposizioni per contrastare la contraffazione dei prodotti alimentari marchiati “Made in Italy” ma che, in realtà, provengono da altri Paesi: il fenomeno denominato Italian sounding.

La tutela della salute umana è una tra le priorità dell’Unione europea e può essere garantita anche grazie ad un’adeguata informazione al consumatore: le scelte di chi acquista possono essere influenzate da considerazioni di natura sanitaria, economica, ambientale, sociale ed etica, derivabili (direttamente o indirettamente) dalle etichette.
Nel Libro bianco della Commissione del 30 maggio 2007 riguardante una strategia europea sugli aspetti sanitari connessi all’alimentazione, al sovrappeso e all’obesità si legge, infatti, che l’etichettatura nutrizionale è uno dei metodi principali per informare i consumatori sulla composizione degli alimenti e aiutarli ad adottare decisioni consapevoli.

Nella premessa del provvedimento si legge: “Le etichette alimentari dovrebbero essere chiare e comprensibili per aiutare i consumatori che intendono effettuare scelte alimentari e dietetiche più consapevoli. Gli studi dimostrano che la buona leggibilità costituisce un elemento importante per far sì che l’informazione contenuta nell’etichetta possa influenzare al massimo il pubblico e che le informazioni illeggibili sul prodotto sono una delle cause principali dell’insoddisfazione dei consumatori nei confronti delle etichette alimentari. Pertanto, per tener conto di tutti gli aspetti relativi alla leggibilità, compresi carattere, colore e contrasto, è opportuno sviluppare un approccio globale.

Il Reg. 1169/2001, dunque:

  • stabilisce le informazioni di minime per garantire la protezione dei consumatori in materia di informazioni sugli alimenti, tenendo conto delle differenze di percezione e delle esigenze in materia di informazione, tutelando al tempo stesso il mercato interno;
  • definisce in modo generale i principi, i requisiti e le responsabilità che disciplinano le informazioni e l’etichettatura degli alimenti;
  • si applica in tutte le fasi della catena alimentare quando le loro attività riguardano la fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori.

Le informazioni da fornire obbligatoriamente attraverso l’etichetta comprendono:

  1. la denominazione dell’alimento;
  2. l’elenco degli ingredienti;
  3. qualsiasi ingrediente o coadiuvante tecnologico o derivato da una sostanza o un prodotto che provochi allergie o intolleranze usato nella fabbricazione o nella preparazione di un alimento e ancora presente nel prodotto finito, anche se in forma alterata;
  4. la quantità di taluni ingredienti o categorie di ingredienti;
  5. la quantità netta dell’alimento;
  6. il termine minimo di conservazione (la data entro la quale il prodotto conserva le sue proprietà specifiche in adeguate condizioni di conservazione, ma può ancora essere consumato) o la data di scadenza (la data entro la quale il prodotto va consumato, perché altrimenti può diventare pericoloso per la salute);
  7. le condizioni particolari di conservazione e/o le condizioni d’impiego;
  8. il nome o la ragione sociale e l’indirizzo dell’operatore del settore alimentare;
  9. il paese d’origine o il luogo di provenienza;
  10. le istruzioni per l’uso, per i casi in cui la loro omissione renderebbe difficile un uso adeguato dell’alimento;
  11. per le bevande che contengono più di 1,2 % di alcol in volume, il titolo alcolometrico volumico effettivo;
  12. una dichiarazione nutrizionale.

I dettagli fissati dal suddetto Regolamento, rispetto alla precedente normativa, riguardano:

  • l’obbligo di indicare nelle etichette il Paese d’origine o il luogo di provenienza di tutte le carni fresche (non solo per la carne bovina, dunque);
  • le tabelle nutrizionali dovranno riportare in maniera comprensibile il contenuto energetico di alimenti confezionati, le percentuali di grassi, acidi grassi saturi, carboidrati, proteine, zuccheri, sale espresse per 100 g o 100 ml di prodotto; la presenza di allergeni dovrà essere indicata in grassetto nella lista degli ingredienti sia per gli alimenti confezionati, sia per i cibi non imballati serviti nelle mense o nei luoghi di ristorazione;
  • al fine di agevolare la comprensione dell’etichetta da parte del consumatore finale, è opportuno l’utilizzo del termine «sale» invece del corrispondente della sostanza nutritiva «sodio»;
  • la dicitura “oli e grassi vegetali” dovrà essere associata all’indicazione dell’olio/grasso utilizzato (es. soia, palma, arachide);
  • etichette e diciture dovranno avere una dimensione minima (1,2 mm o 0,9 mm, per le confezioni inferiori a 80 cm2) per facilitarne la lettura e l’identificazione;
  • le date di scadenza dovranno essere riportate anche sui prodotti confezionati singolarmente;
  • l’aggiunta di acqua superiore al 5% dovrà essere indicata e, le bibite la cui presenza di caffeina sia superiore a 150 mg/l (tranne thé, caffè, ecc.) dovranno riportare la scritta “Tenore elevato di caffeina” e l’avvertenza “Non raccomandato per bambini e donne in gravidanza o nel periodo di allattamento”.

Queste nuove regole sull’etichettatura degli alimenti si applicano a decorrere dal 13 dicembre 2014, con un paio di eccezioni:

  • l’obbligo di dichiarazione nutrizionale, che si applica a decorrere dal 13 dicembre 2016;
  • i requisiti specifici relativi alla designazione delle “carni macinate”, che si applicano a decorrere dal 1 gennaio 2014.

In altre parole: nonostante il provvedimento sia già in vigore (la data di avvio era fissata entro 20 giorni dalla pubblicazione in Gazzetta ufficiale), agli operatori del settore sono stati concessi alcuni anni per adattarsi a tutte le prescrizioni. Un tempo eccessivamente lungo, secondo il parere di chi scrive…
Sicuramente, però, rappresenta un messaggio forte contro l’illegalità ed a favore della sicurezza e la salubrità degli alimenti che scegliamo per la nostra tavola.

Per chi desiderasse approfondire, vi invito a leggere il Regolamento (UE) n. 1169/2011: contrariamente a quello che si possa pensare, trattandosi di una disposizione ufficiale, la lettura è scorrevole e chiara …”alla portata di tutti”, insomma.

Suona italiano… ma suona male!

Probabilmente ne avrete già sentito parlare, ma non ne conoscete il nome: lo chiamano Italian sounding e potrebbe essere tradotto come “sembra italiano, ma non lo è”.

Si tratta del fenomeno, purtroppo molto diffuso, relativo a prodotti alimentari che vengono indicati con un mix di nomi, loghi, immagini e diciture o slogan espressamente riconducibili al nostro Paese.
Un esempio tra tutti: “Parmesan”, “Parmesanito” e “Parmesao” sono alcuni dei nomi all’estero vengono indicati il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano.

Federalimentare spiega così le differenze:

Contraffazione (propriamente detta):

  • è un’attività illegale che penalizza le aziende che operano correttamente;
  • riguardando solitamente singole aziende e/o singoli prodotti, di solito comporta un notevole dispendio di risorse economiche e tempi lunghi sia per la durata del contenzioso, sia per l’applicazione della sentenza e successiva inibizione e sanzione;
  • erode il fatturato degli esportatori alimentari italiani ogni anno.

Italian sounding:

  • riguarda l’imitazione di un prodotto e/o denominazione e/o marchio, implicando un richiamo all’italianità che non trova fondamento nel prodotto;
  • è la principale causa di mancato guadagno per l’export italiano perché consente alle aziende locali di avere un vantaggio competitivo immeritato, producendo a prezzi più bassi e collocando il prodotto su fasce di prezzo più alte grazie al richiamo all’Italia o all’italianità;
  • a causa della scarsa tutela giuridica da parte di alcuni Paesi, vi è un concreto rischio che le Denominazioni di Origine (DOP, IGP, ecc.) si trasformino in nomi generici e che possano essere usati liberamente nel tempo, diventando il nome di riferimento di una intera categoria diprodotti.

Il 2011 è stato un anno record per le esportazioni di cibo italiano, come illustrato nello schema che segue, confermato da Coldiretti nei giorni scorsi (qui è possibile leggere il comunicato emesso):

D’altro canto, però, va sottolineato che parecchi miliardi siano stati originati dalla vendita di “falsi italiani”: secondo Federalimentare, la contraffazione ha un’incidenza del 25% sull’export complessivo del settore (stimato in 23 miliardi di euro a fine 2011), con punte enormi in Nord e Centro America (qui si può visionare il comunicato stampa predisposto in occasione della 2° Giornata Nazionale Anticontraffazione del 06/12/2011, indetta dal Ministero dello Sviluppo Economico e Confindustria):

(Dati stimati di fine 2011)

EUROPA E AFRICA

ASIA E OCEANIA

NORD E CENTRO AMERICA

SUD AMERICA

TOTALE

EXPORT 2011

€ 17,9 Mld

€ 1,7 Mld

€ 3,2 Mld

€ 0,2 Mld

€ 23 Mld

Contraffazione

€ 1 Mld

€ 1 Mld

€ 3 Mld

€ 1 Mld

€ 6 Mld

Italian Sounding

€ 21 Mld

€ 4 Mld

€ 24 Mld

€ 5 Mld

€ 54 Mld

Contraffazione+ Italian Sounding

€ 22 Mld

€ 5 Mld

€ 27 Mld

€ 6 Mld

€ 60 Mld

Secondo il Vice presidente di Federalimentare, l’elevato livello qualitativo del cibo italiano “non dipende dall’origine delle materie prime ma dall’eccellenza dei processi di trasformazione e dalla capacità dell’Industria italiana di sapersi innovare tecnologicamente restando fedele alla tradizione.
L’Italia è deficitaria di quasi tutte le materie prime di cui ha bisogno, ma [...] è riuscita ad affermare nel mondo un’immagine di eccellenza in molti settori.
Se vogliamo davvero continuare a portare sugli scaffali di tutto il mondo sempre più prodotti Made in Italy dobbiamo favorire l’impiego di tutte le materie prime nazionali e, quindi, l’accesso alle materie prime deficitarie che le nostre industrie sanno selezionare ed utilizzare in modo unico”.

Non resta che leggere attentamente le etichette e cercare di ricordare i marchi ecologici attribuiti ai prodotti alimentari, in modo da poter operare scelte consapevoli ma, soprattutto, sane e sicure.

Viaggio tra i marchi ecologici (parte 3)

Nel post di apertura di questo “Viaggio tra i marchi ecologici” abbiamo fatto una panoramica tra le principali etichette assegnate ai prodotti alimentari, mentre nel secondo abbiamo appreso cosa indicano i simboli ecologici più diffusi tra i prodotti in commercio.

Questa volta cercheremo di saperne di più sui materiali con cui sono realizzati gli imballaggi dei prodotti in commercio, in modo da poterli avviare a recupero/riciclo in modo corretto. :-)

Marchi dei MATERIALI

Anche se talvolta le sigle che identificano il materiale sono inserite in un esagono, non importa: stanno ad indicare (in modo volontario, per i produttori) la tipologia di materiale con cui un certo involucro è stato realizzato.

Le etichette ecologiche attribuite alla carta sono numerose (oltre l’Ecolabel di cui abbiamo parlato nel precedente post) ed è facile individuarle sulla carta per la casa oppure sulle risme per le fotocopie.

Talvolta, poi, è possibile trovare il logo delle certificazioni FSC (Forest Stewardship Council) e PEFC (Programma per il riconoscimento di schemi nazionali di Certificazione Forestale), che prendono in considerazione la provenienza delle materie prime utilizzate, quindi fibre riciclate oppure provenienti da foreste gestite in modo sostenibile.

Per quanto riguarda  i materiali plastici, poi, sono molteplici le formule polimeriche in uso:


Il numero contenuto all’interno del triangolo è stabilito dall’Unione Europea per standardizzare i materiali per gli imballaggi.

Un esempio di materiale poliaccoppiato, infine, è il TetraPak, di cui abbiamo già parlato in un altro post  ;-)

Etichette energetiche

Tutti gli elettrodomestici, al momento dell’acquisto, devono riportare un’etichetta che identifichi la loro efficienza energetica, ovvero il consumo annuale espresso in kWh, differenziato in base alla tipologia: da A+++ (consumi minori) a G (massimi consumi).

Enegy star, invece, è l’EPA (l’Agenzia per l’ambiente degli USA) conferisce ai computer con consumi energetici ridotti nella fase di stand by.

TCO, infine, è il marchio relativo alla certificazione di prodotti elettronici che garantisce la progettazione sostenibile e l’efficienza energetica di computer, monitor, notebook, processori e tanti altri prodotti del segmento IT.

Il nostro viaggio finisce qui, spero vi sia piaciuto e abbiia accresciuto le vostre conoscenze :-)

Se ho dimenticato qualche simbolo oppure voleve saperne di più su una particolare etichetta ecologica, fatemi sapere! ;-)

Viaggio tra i marchi ecologici (parte 2)

Nel post precedente fa abbiamo iniziato un viaggio tra le etichette ecologiche, per cercare di saperne un pò di più. Vi è piaciuto?

Andiamo avanti! :-)

Dopo aver analizzato le principali etichette che valorizzano i cibi e le bevande delle nostre tavole, vediamo ora di capire in che modo imballaggi e sostanze con cui veniamo a contatto quotidianamente possono essere correttamente smaltiti nel momento in cui non ci servono; quando, cioè, per noi non sono altro che rifiuti.

Marchi NON ALIMENTARI

L’Ecolabel potrebbe essere definita l’etichetta ecologica per eccellenza: nel 1992, infatti, è stato creato un Sistema che incoraggia i produttori a progettare prodotti “amici” dell’ambiente e dà ai consumatori la possibilità di operare scelte ambientalmente consapevoli e affidabili quando acquistano. Queste le sue caratteristiche:

  • europeo (il marchio trova applicazione in tutti i Paesi dell’Unione Europea, indistintamente: questo è uno dei suoi principali punti di forza);
  • volontario (i produttori possono scegliere liberamente se richiederlo, purché il prodotto risponda a determinati criteri: l’etichetta sta ad indicare la maggiore “ecologicità” rispetto ai prodotti concorrenti);
  • selettivo (l’etichetta è concessa solo ai prodotti che hanno un impatto ambientale effettivamente ridotto. I criteri ecologici, infatti, sono tali da ammettere per l’assegnazione dell’Ecolabel solo il 30% dei prodotti disponibili sul mercato: in altre parole, solo alcuni di quelli in vendita sono adatti a ricevere il marchio senza
    dover subire modifiche nelle modalità di produzione);
  • trasparente e ottenuto mediante consultazioni (per stabilire quali debbano essere i criteri selettivi, vengono coinvolti: industria, commercio, organizzazioni ambientaliste, sindacali e dei consumatori ed anche i produttori extracomunitari);
  • approvato ufficialmente (i criteri relativi ad ogni gruppo di prodotti devono essere approvati a maggioranza qualificata dagli Stati membri e dalla Commissione europea prima di essere ufficialmente pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale delle Comunità europee e, quindi, diventare effettivi);
  • basato su una pluralità di criteri (i criteri ecologici di ciascun gruppo di prodotti sono definiti dopo aver analizzato il ciclo di vita, un approccio che rileva se i prodotti danneggiano l’ambiente e in quale stadio del loro ciclo di vita: dall’estrazione delle materie prime, attraverso i processi di lavorazione, distribuzione, incluso l’imballaggio, e utilizzo, fino allo smaltimento);
  • concesso da un organismo indipendente (la richiesta di ottenimento dell’etichetta viene esaminata da una terza parte indipendente (rispetto al produttore e ai rappresentanti dell’Unione europea: si tratta dell’Organismo nazionale competente per l’Ecolabel, il quale garantisce che i prodotti etichettati rispettino standard ambientali
    di alto livello);
  • munito di logo distintivo (tutti i prodotti che hanno ottenuto l’Ecolabel espongono lo stesso logo, qualunque sia la loro provenienza e qualsiasi sia la loro tipologia).

I prodotti che espongono l’Ecolabel sono beni di consumo quotidiano (eccetto alimenti, bevande e medicinali, che ne sono esclusi) e servizi: ammendanti, calzature, carta per copia e carta grafica, computer portatili, coperture dure, detergenti multiuso, detersivi per bucato, detersivi per lavastoviglie, detersivi per piatti, edifici, lampade elettriche, lubrificanti, materassi, mobili in legno, personal computer, pompe di calore, prodotti tessili, prodotti vernicianti, saponi, shampoo e balsami per capelli, substrati di coltivazione, televisori, tessuto-carta; servizi di campeggio, servizi di ricettività turistica.

Per approfondire, clicca qui.

Un simbolo molto diffuso, poi, è l’omino che getta il rifiuto nel cestino (nelle sue diverse versioni) è stampato praticamente ovunque e sta ad indicare un divieto: quello di disperdere l’oggetto su cui è posizionato nell’ambiente.

Anche il logo internazionale del riciclaggio (quello a sinistra) è ormai di uso comune, anche se spesso viene confuso, o considerato analogo all’etichetta che trovate a destra (“The green dot”). La prima indica che l’imballaggio o il prodotto che esso contiene è realizzato con materiale riciclato, ma può indicare anche che l’imballaggio/il prodotto è riciclabile. La seconda si riferisce a un sistema di gestione dei rifiuti di imballaggio, operante non in Italia ma in altri Paesi europei. Il marchio, apposto sui prodotti che circolano in Europea, indica che il produttare ha effettuato il pagamento di una contributo a quell’organizzazione per il corretto smaltimento degli imballaggi a fine vita. In Italia, analoghe funzioni sono esercitate dal Conai (Consorzio nazionale imballaggi) e non è previsto l’uso di alcun marchio sulle confezioni.
Inoltre, quando il marchio internazionale del riciclaggio riporta un numero percentuale al suo interno, questo sta ad indicare la quantità di prodotto riciclato con cui è realizzato quel materiale.

Infine, sui cosmetici è presente il simbolo P.A.O. (period after opening), ad indicare il numero di mesi entro cui il prodotto, dopo l’apertura, può essere utilizzato senza rischi per la salute.

Come vedremo, è importante conosce e riconoscere le eco-etichette in modo da prevenire la produzione eccessiva di rifiuti, come spiegato anche in questo post.

-segue-

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